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Un compleanno si era consumato, ed ella sedeva in disparte. Stanca della vita, ma soffusa di un’irradiazione silenziosa e raffinata. E per questo, qualcosa, forse un soffio, mi ricordò Colei che avevo atteso per tutta la mia giovinezza. Sì, la nascondevano i figli e le figlie del giorno al mio sguardo, e mentre lei dorme, aspettando ch'io la desti... E a quella giovane dama, là nella penombra, scrissi una lirica, pur non sapendo esattamente dove dimorasse, se non l’angolo in cui, in una notte nera che odorava di pioggia, l’avevo incontrata. Senza un saluto. Ma come aveva potuto, in qualche modo, riconoscermi?
E come se non potesse esservi altro destino... Oggi dovevo incontrarla.
Il suo capo era raccolto sotto il cappuccio sollevato, e la camicia aderente svelava appena, casualmente, una parte della schiena. E tutta l’idea poetica di quell’uomo era racchiusa in ciò che ora compiva, sebbene vi pensasse il meno possibile — ma la dedizione delle sue mani a chissà quale officio non si poteva distinguere. L’evidenza ch’egli non credesse alle alte ragioni del mondo circostante era nitida.
— Perdono... — disse, con un tono schernitore e rauco, quasi di rospo — non volevo disturbare. Solo, ho d'uopo d’un momento della vostra attenzione. Sapete, devo trovare una ragazza. Anime buone mi han detto che forse in questa parte della città potrei scoprire qualcosa di più su di lei. Inoltre, mi han detto che in questa zona solo alcuni la conoscono con l’epiteto di “Giglio”. Pensavo, forse, che voi potreste aiutarmi... — e in quell’istante il respiro mi mancò, senza poterlo controllare, e non era la prima volta che mi accadeva, poiché a volte dicevo troppo, o troppo poco. Poi, rimase un’attesa silenziosa e densa, come se un piombo pesante si fosse interposto tra noi, e allora intesi vibrazioni che, in altra situazione, non avrei saputo distinguere se fossero della macchina o dell’uomo.
— Ciò che cerchi, io non lo vendo — disse colui, con tono di scherno, il volto aspro come quello di un rospo — senza dire affatto: “Mi hai trovato, ragazzo...”, né pronunciare con parole: “La nostra storia è finita”.
— Volevo solo vederla ancora... Solo una volta, e sarebbe bastato... (Dovevo verificare qualcosa — ma questo non glielo dissi) — e persino a me, che sono un semplice, bastò il suo primo pensiero espresso a mezza voce: “Mio Dio...!” prima che, con un tono di libertà concesso al prigioniero, algido, da quell’altezza mi domandasse:
— Sei innamorato di lei...? — senza la “a” finale, ma con la stessa intenzione che se l’avesse pronunciata.
— No, — no, non in quel modo —, risposi, come se fosse fatale rispondere così.
— Resti un muto, eh. Sai nascondere bene il tuo volto, sai. Allora tu vuoi giocare ai videogiochi. No, non so nulla di quella ragazza, e da ora in poi dimentica che abbiamo parlato di lei o di me.
— Perdono... Volevo solo regalarle una poesia — dissi, torpido, con quella goffaggine propria d’un giovane poeta in ogni mio movimento. E alla fine mi volsi senza inciampare, sotto uno sguardo ironico e compassionevole, perché solo allora, finalmente, sentii il suo cuore, ed egli mi disse:
— E se non sei innamorato... davvero? — e quelle ultime parole, nel loro suono, sembravano volgersi a se medesimo, in una specie di riflessione interiore.— Ebbene... per lei, questa città non è più d’ombra... — e iniziò a comprendermi, dopo quell'istante, con sufficiente gravità, perché per la prima volta incrociai il suo sguardo e vi trovai una sorta di giudizio: “Vi è qualcosa in te per cui vale la pena ch’io pensi, perché se così non fosse, saresti uno scherzo serio”.
— E tu, forse, hai qualcosa per me... qualcosa che raccomandi, che ti faccia felice...?
— Non dubitavo che mi avreste capito — e, lentamente, presi ad allontanarmi da quel luogo, attraversando la neve che cadeva, quella prima nebbia in una notte d’estate, che in quel momento odorava d’estate, ma questo era tutto ciò che vi era in me allora.
— Quelli come te non dubitano mai — disse, escludendo il “che” che pure era all’inizio della frase, ma senza lasciarlo fiorire nella voce.